A Look Back. Andy Picci. If the word is ample, the ampler we will be

A Look Back. Andy Picci. If the word is ample, the ampler we will be
Articles,

Art seeks out pain; it sinks its most unmentionable roots into it, but it has the power to transform even the horror it discovers into a horizon that saves, produces, assists, and vivifies. Linking the word to art is one of the most arduous tasks because our observation is limited, limping, imperfect, and therefore perfectible. I do not want to say that the following articles are perfect, but they have both had – in their gestation and production – the task of putting students in a zone that is neither comfortable nor comforting. From Andy Picci’s Cealing Frescos, Elena Tortelli and Giacomo Donati dug into themselves so that their creative search could lead to writing what seemed unattainable because it was founded on the Uncertain. But both have embraced this uncertainty with passion, the former focusing on a chronicle full of mystery and rarefaction, the latter on a story in which mythology is combined with the irony of joy. You will judge the result for yourselves, but being the authors of this journal, in a time that was in any case short, shows that learning and teaching are nonetheless based on the most important yet often least considered element of our times: listening.

by Francesco Brunacci, Giacomo Donati & Elena Tortelli. Cover image: Andy Piccy, Ceiling Fresco, 2021. Courtesy of the artist

“Nella pratica meditativa, l’apporto di Neti Neti Iti Iti comporta provare a volgersi verso quella fermezza che implica uno stato di mezzo, né dentro, né fuori, né questo, né quello… E nel contempo ascoltare gli opposti, rendersi loro disponibile. Quando ho indicato ad Elena questa maniera di essere cronisti, lei c’è stata. Questo è il risultato” (FB)

Neti Neti Iti Iti
dal sanscrito, quello stato dell’anima dove siamo dentro e contemporaneamente fuori ciò che ci accade
di Elena Tortelli

Quando sono dentro, chi sono?
Neti Neti.
Non sono né questo né quello.
Quando sono immersa nell’affresco, si dissolve ogni giudizio.
Svanisce chi sono io, chi sei tu, svanisce il mondo e svanisce chiunque altro.
Ma io sono una cronista…

Iti Iti. Potrebbe anche essere così. Cioè l’opposto.
Iti Iti. Sono sia questo che quello.

Neti Neti Iti Iti.

Entro in un paesaggio.
Mi trovo a villa Fossombrosi, un’antica residenza nobiliare rimasta chiusa al pubblico per troppo tempo. La chiamano anche villa Bellavista.
Entrando in una delle sale principali, mi sembra di fare un tuffo in un’altra epoca. Le pareti completamente affrescate mi portano in un altro luogo e mi sento come all’interno di una bolla. Una bolla rovinata, in procinto di scoppiare e svanire per sempre.
A dire il vero c’è un’aria pesante che ci sta quasi bene, rende il clima e la visita più autentica e reale. Quasi come fare un vero salto nel passato.
La villa, infatti, nonostante sia un piccolo gioiello, non è ben conservata. Non è nemmeno aperta al pubblico a dire il vero.
Sono potuta entrare solo per poco tempo per osservare la stanza blu. La stanza affrescata con un paesaggio inventato da cui si staglia un cielo azzurro che si espande per tutto il soffitto. La stanza che ti porta in un’altra dimensione, se tu glielo permetti. La stanza che ti fa dubitare.
Nella sala azzurra c’è una porta di legno molto trasandata, semiaperta che dà su un giardino probabilmente.
Si intravede del verde: bisogna aprire la porta per capire se ti tratti di un giardino interno oppure no.

Sono nella stanza e sono me stessa.
Ammiro il paesaggio dipinto e appartengo a un altro mondo.
Per un momento.
Uno soltanto.
Perché sono sempre io.
Sono io che mi lascio andare.

La villa è abbandonata.
Entrando nella stanza azzurra, nonostante la bellezza, è impossibile non notare l’intonaco rovinato, la polvere, le porte che non si chiudono più.
Poi c’è quell’odore.
Da una persiana mezza rotta entra un po’ d’aria, ma l’atmosfera rimane comunque pesante, purtroppo.
O forse per fortuna?
In realtà forse quell’aria stantia ci sta quasi bene. Rende la visita più autentica.
Ti ricorda qual è la realtà.
Immersa nel paesaggio e nel cielo azzurro della stanza, potrei anche immaginare di vivere in un’altra epoca o essere un’altra persona.
Ma l’aria, che sa di vecchio, mi riporta con i piedi per terra.

Con i piedi per terra, sì.
Ma posso vagare con la mente ovunque voglia.
Mi sdraio per terra. Il pavimento è sporco, c’è polvere dappertutto, ma che importa? Quando mi ricapiterà un’occasione del genere?
Quel soffitto azzurro mi intrappola.
Il cielo è limpido, di una nitidezza che non esiste nella realtà.
Delle decorazioni dorate impreziosiscono la volta. Eppure, nonostante tutti i sensi mi facciano capire che è solo un soffitto fatto di muratura, non riesco a frenare l’immaginazione e vado da un’altra parte.
Neti Neti. Iti Iti.
Chiudo gli occhi.
Dove sono?
Gli affreschi, i dettagli dorati, la polvere, adesso è tutto sparito.
Me li ricordo, sono impressi nella memoria perché in effetti li ho appena visti.
Ma con gli occhi chiusi di fatto non li vedo più.
E quindi mi chiedo ancora, dove sono?

Con un po’ di immaginazione, mi sembra di poter toccare il soffitto e di fluttuare sospesa nell’azzurro.
Intravedo anche qualche personaggio che cammina nel verde.
Il verde!
Non ho ancora aperto quella porta che cigola per vedere il giardino.

Cado giù dal mio sogno e ritorno nei panni della cronista.
La stessa curiosità che mi ha fatto volare, adesso mi riporta giù.
Chi sono adesso?
Sono una cronista che si risveglia da un sogno, incuriosita da quello che c’è fuori.
Fuori dalla stanza.
Fuori da quella realtà.

Penso di trovare un giardino trascurato e lasciato andare, come tutta la villa del resto. Però non posso saperlo con certezza.
Quindi mi alzo e apro la persiana di legno. Per poco non mi cade addosso. Guardo fuori. Fuori dalla casa.
Fuori dalla stanza dei dubbi.
Forse anche fuori di me?

Neti Neti. Iti Iti…

Non trovo un giardino incolto, ma una specie di vivaio ben organizzato con una terrazza. Un vialetto di ghiaia decorato da tantissimi vasi e orci molto antichi, invecchiati. Nel complesso molto belli.
Le piante sì, sono selvagge, cresciute a dismisura, ci sono erbacce ovunque. Ma qualcuna è già in fiore.
Dalla terrazza c’è una visuale sorprendente. Ecco perché la chiamano anche Villa Bellavista.
Ecco perché l’affresco delle pareti rappresenta quel bellissimo paesaggio.
Mi viene il dubbio – di nuovo – che l’affresco dentro la stanza sia in realtà una copia dal vero di quello che si vede da fuori.
Magari per avere sempre sott’occhio quella magnifica vista anche senza uscire dalla porta.
Chissà qual è la vera storia della villa e delle persone che ci abitavano?!
Non lo saprò mai.
Ma quello che ho visto adesso fa parte di me come ha fatto parte di chi ci ha vissuto per anni.
Come esco da questa storia?
Sembra molto complicato, ma in realtà c’è un passaggio nascosto, una scaletta ricoperta di edera che scende giù all’entrata.
Sarà stata la seconda uscita della casa.
Quella che prendo anche io per concludere questo viaggio.

OMISSIS
racconto tra il serio e il faceto di come un dio non sta né in cielo né in terra, né tanto meno sott’acqua o almeno pare…
di Giacomo Francesco Romano Donati

Che terribile mal di capo.
Poseidone era fuggito dall’Oceano.
Il dio del Mare era alla ricerca di qualcuno, di qualcosa.
Più di qualcuno.
La rappresentazione di quest’ultima figura, fuggita, era stata affrescata su una volta.
Si trattava di Tritone.
Non so se ho voglia di parlarne, proprio non so…
Poseidone era furioso perché pretendeva che suo figlio tornasse nelle acque marine a calmare le tempeste.
Viveva l’appropriazione da parte del mondo terrestre di Tritone come un rapimento.
D’altra parte, l’immagine di quest’ultimo sulla volta era suggestiva, bella a tal punto da averlo intrappolato.
Per tutti i fulmini!!!
Devo proprio parlarne? Che diamine…
Poseidone sono io.
Siamo nel 1499.
L’affresco dove hanno raffigurato Tritone si trova a Firenze.
Un palazzo sontuoso ospita adesso le sue effigi.
Ma dove si trova?
Entrando nel portone del Palazzo, non so dove dirigermi.
Ma devo dirvi pure questo? Che sulla terra faccio fatica con l’orientamento…?
Qui di correnti, solo quelle dalle porte, gli spifferi.
Quelle letterarie…dicono…Ma per il resto, mi affido al mio istinto.
Allora sì, ecco: mi dirigo verso il piano nobile e nella sala più grande finalmente lo ammiro.
Mi era sorto il dubbio se lasciarlo raffigurato ovvero riportarlo nel suo ambiente marino.
Vedremo.
Intanto mi preparo i suffumigi.
Spero che il mal di testa mi passi e che almeno il vapore – sì, sì lo so che non è acqua salata – mi conduca a rinvenire in qualche modo il filo del discorso, anche se è vero: non ho nessuna voglia di parlarne.
Che vai a dirgli a questi umani?
Mi raffigurano, solitamente, con il tridente in mano, su di un carro trasportato dai cavallucci marini. Mi ritrovo ora, in un ambiente a me sconosciuto.
Ad aggravare la situazione, oltre la testa dolente, il fatto che nessuno, sulla terra mi possa vedere.
Vorrei gridare la mia forza, ma sono stanco. Credo di iniziare ad assumere alcune delle caratteristiche umane: la stanchezza fino a ieri mi era sconosciuta.
Per fortuna ho però trovato l’affresco con Tritone.
È la prima volta che osservo un’opera d’arte! Mi piace soprattutto il colore dominante: qual verde marino che mi fa sentire un po’ più a casa.
Un attimo fa avevo deciso di non occuparmi più dell’affresco: mentre mi aggiravo per le stanze ed i piani del palazzo avvertivo un sollievo al capo: saranno stati i suffumigi oppure l’adrenalina per la scoperta di un ambiente nuovo.
Ma comunque, c’è poco spazio per i tentennamenti.
Iniziano a giungere gli ospiti: si tratta di un banchetto rinascimentale!
Cibo, musica, gente elegante riunita. Una esperienza piacevole, non c’è che dire, anche se devo ancora risolvere il problema per il quale mi trovo a Firenze.
Mi chiedevo se sarebbe stato facile per me liberare Tritone per riportarlo in acqua… ma adesso devo ammettere: non ho nessuna voglia di parlarne.
È arrivato il momento di liberarlo dal suo affresco per riportarlo nella sua realtà ridandogli di nuovo vita.
Prima di cominciare la mia opera, temevo fortemente che il sale di cui sono cosparso, a causa dell’acqua marina, potesse distruggere l’affresco interamente.
Il soffitto affrescato è alto.
Quando tutti gli ospiti del banchetto rinascimentale se ne sono andati via, la sera è calata.
Inizio a sussurrare a Tritone di svegliarsi.
Fortunatamente si sveglia!
Mi chiede dove sia e io gli spiego il suo stato: qualcuno lo aveva raffigurato e trapiantato nel mondo terrestre.
Anche lui desidera tornare in acqua, ma non ha sofferto.
Districandosi tra il dipinto riesce a rinascere e ricomporsi.
Questa sarà l’arte penso: passare da uno stato all’altro penetrando chi si libera e chi si sente liberato.
Questi sono gli imPicci dell’arte.
Prima di tornare nel profondo del mare, osserviamo cosa sia successo all’affresco. È rimasto intatto!
Tritone e io siamo felici: una sua traccia rimarrà per sempre in quel bel palazzo per secoli e noi avremo la possibilità di riunirci.
È come se avesse subito uno sdoppiamento.
Siamo euforici. Mi rendo conto di non avere più mal di testa!
La mia paura di deturpare l’opera d’arte per via del sale era infondata. Chissà quante paure che mi affliggono sono infondate!
Mentre ci immergiamo nel mare, sento le voci che si volgeranno a quei
Ceiling Frescos.
Sì, così li chiameranno.
Quando tra secoli e secoli un artista si volgerà a loro come abbiamo fatto noi.
Quando studiare sarà unire esperienze precedenti, qualità di oggi.
Tutto quello che non sapremo o che invece vorremo.
Quando Firenze parlerà il suo gergo contemporaneo e multilingue.
Pennellate o parole, in fondo è lo stesso, se l’intenzione è pura.

Francesco Brunacci is a fashion journalist and writer. He is currently teaching fashion writing for the Masters in Fashion Styling, Creative Direction & Digital Content and in Curating Art & Fashion at Istituto Marangoni Firenze.
Elena Tortelli is an undergraduate student in Arts Curating at Istituto Marangoni Firenze.
Giacomo Donati is an undergraduate student in Arts Curating at Istituto Marangoni Firenze.

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